giovedì 3 aprile 2014

Stasera in tv

Alle 21.05 su Iris sarà trasmesso Le onde del destino (Breaking the Waves), film del 1996 diretto dal regista danese Lars von Trier. La pellicola rivelò al grande pubblico il talento del regista (che vinse il Gran Premio della Giuria al Festival di Cannes) e della protagonista Emily Watson (che ottenne una nomination agli Oscar come migliore attrice).

Trilussa

“NUMMERI - Conterò poco, è vero:
- diceva l’Uno ar Zero -
ma tu che vali? Gnente: propio gnente.
Sia ne l’azzione come ner pensiero
rimani un coso voto e inconcrudente.
lo, invece, se me metto a capofila
de cinque zeri tale e quale a te,
lo sai quanto divento? Centomila.
È questione de nummeri. A un dipresso
è quello che succede ar dittatore
che cresce de potenza e de valore
più so’ li zeri che je vanno appresso.”
Trilussa , 1944 - Acqua e vino

L'attimo fuggente

"Cogli l'attimo, cogli la rosa quand'è il momento". Perché il poeta usa questi versi? [...] Perché siamo cibo per i vermi, ragazzi. Perché, strano a dirsi, ognuno di noi in questa stanza un giorno smetterà di respirare: diventerà freddo e morirà. Adesso avvicinatevi tutti, e guardate questi visi del passato: li avrete visti mille volte, ma non credo che li abbiate mai guardati. Non sono molto diversi da voi, vero? Stesso taglio di capelli... pieni di ormoni come voi... e invincibili, come vi sentite voi... Il mondo è la loro ostrica, pensano di esser destinati a grandi cose come molti di voi. I loro occhi sono pieni di speranza: proprio come i vostri. Avranno atteso finché non è stato troppo tardi per realizzare almeno un briciolo del loro potenziale? Perché vedete, questi ragazzi ora sono concime per i fiori. Ma se ascoltate con attenzione li sentirete bisbigliare il loro monito. Coraggio, accostatevi! Ascoltate! Sentite? "Carpe", "Carpe diem", "Cogliete l'attimo, ragazzi", "Rendete straordinaria la vostra vita"!
(John Keating (Robin Williams) ne "L'attimo fuggente"
)

Fernando Pessoa

Per essere grande, sii intero: non esagerare e non escludere niente di te. Sii tutto in ogni cosa. Metti tanto quanto sei, nel minimo che fai, come la Luna in ogni lago tutta risplende, perché in Alto vive.
(Fernando Pessoa)


Di questo mondo e degli altri

Perché le parole hanno cessato di comunicare. Ogni parola è detta perché non se ne oda un’altra. La parola, anche quando non afferma, si afferma. La parola non risponde, né domanda: accumula. La parola è l’erba fresca e verde che copre la superficie dello stagno. La parola è polvere negli occhi e occhi bucati. La parola non mostra. La parola dissimula.

Per questo urge mondare le parole perché la semina si muti in raccolto. Perché le parole siano strumento di morte - o di salvezza. Perché la parola valga solo ciò che vale il silenzio dell’atto.

C’è anche il silenzio. Il silenzio, per definizione, è ciò che non si ode. Il silenzio ascolta, esamina, osserva, pesa e analizza. Il silenzio è fecondo. Il silenzio è terra nera e fertile, l’humus dell’essere, la tacita melodia sotto la luce solare. Cadono su di esso le parole. Tutte le parole. Quelle buone e quelle cattive. Il grano e il loglio. Ma solo il grano dà il pane.

José Saramago - Di questo mondo e degli altri


Che cosa significa amare

Ora credo di aver imparato che cosa significa amare: essere capaci, non di prendere iniziative di rilancio di sé e di "esagerazione", ma di essere attenti all'altro, di rispettare il suo desiderio e i suoi ritmi, di non chiedere nulla ma imparare a ricevere e ricevere ogni dono come una sorpresa della vita, ed essere capace, senza alcuna pretesa, sia dello stesso dono sia della stessa sorpresa verso l'altro, senza usargli la minima violenza. Insomma, la semplice libertà. Perché mai Cézanne avrebbe dipinto la montagna Sainte-Victoire a ogni istante? Perché la luce di ogni istante è un dono.

Louis Althusser - L'avvenire dura a lungo


Accadde oggi

Il 3 aprile 1896 nacque La Gazzetta dello Sport, dalla fusione di due fogli specializzati di argomento ciclistico, il settimanale Il Ciclista di Eliso Rivera (con sede a Milano) ed il bisettimanale La Tripletta di Eugenio Camillo Costamagna (con sede a Torino), nati l'anno precedente.

Maria Gabriella Ferri (Roma, 18 settembre 1942 – Corchiano, 3 aprile 2004)

" Ognuno è un cantastoria 
tante facce nella memoria 
tanto di tutto tanto di niente 
le parole di tanta gente. 
Tanto buio tanto colore 
tanta noia tanto amore 
tante sciocchezze tante passioni 
tanto silenzio tante canzoni. “
Gabriella Ferri — Sempre 

Carlo Lizzani

La cosa più importante del cinema italiano è la sua doppia identità, una condizione che poi rispecchia perfettamente la cultura del nostro paese, formatasi nel corso dei secoli su una scala diversa da quella su cui si sono formate, ad esempio, la cultura e la lingua della Francia, della Russia, dell’Inghilterra, seguendo e assecondando processi di unità nazionale molto lenti, ma molto profondi. L’immaginario italiano, che si è costituito soprattutto nel Medioevo e nel Rinascimento, è legato a tematiche, ideologie e raffigurazioni non nazionali: la Chiesa, l’Impero, i Comuni, le signorie che nessun principe è riuscito a immettere in un disegno nazionale. Voglio dire che l’identità culturale italiana non si fonda solo su Dante, Manzoni e Verga, ma sull’universalismo rinascimentale, su quell’immenso repertorio di immagini e parole creato nei tanti secoli in cui l’Italia non fu nazione ma crocevia di tutta la civiltà occidentale. In questo senso, nessun’altra cinematografia ha saputo – come quella italiana – proporsi come sovranazionale, fino a identificarsi con altre culture. Visconti e i suoi sceneggiatori hanno fatto grande riferimento alla cultura tedesca e mitteleuropea; Antonioni ha girato film come Blow Up, Zabriskie Point e Professione Reporter; Gillo Pontecorvo ha girato La battaglia di Algeri e Queimada; Bernardo Bertolucci ha realizzato delle straordinarie mimetizzazioni culturali con L’ultimo imperatore e Il piccolo Budda; e andando indietro non possiamo dimenticare Germania anno zero di Rossellini, che fa parte a tutti gli effetti della storia del cinema tedesco del dopoguerra, e più di recente La presa del potere di Luigi XIV; e si potrebbe continuare ancora con Ferreri, Scola, Zeffirelli, la Cavani, Leone. A confermarmi in quest’idea è stato, curiosamente, proprio Sergio Leone, quando lo intervistai per un mio lavoro sulla storia del cinema italiano. Gli chiesi: «Come hai potuto identificarti così bene con l’epica del Far West? Quanto di più lontano dalla realtà in cui sei vissuto e ti sei formato». E lui con molto candore, e anche un po’ stupito, mi rispose: «E Ariosto, allora? Lui non si identificava con la chanson de geste? Non parlava dei mori e dei Pirenei?». Lì per lì, la frase mi fece venire un brivido, mi sembrava tradire una certa presunzione, ma poi ripensandoci mi sono reso conto che Leone aveva perfettamente ragione. Si tratta davvero di una peculiarità italiana, perché ad esempio i francesi, tranne rare eccezioni, hanno sempre fallito quando hanno cercato di identificarsi con altre culture, per non dire degli americani, che quando ambientano i loro film in Italia non riescono a sfuggire agli stereotipi e alle macchiette. Riescono ad essere credibili, forse, solo i registi di origine ebraica o slava, e non è un caso viste le loro radici culturali multietniche. Quello che voglio dire con questo discorso è che la doppia identità non è sinonimo di ambiguità, può essere invece, com’è stato in molti casi del cinema italiano, una straordinaria opportunità da mettere a frutto.
-Carlo Lizzani