sabato 28 gennaio 2017

Umberto Galimberti

Che cos’è quel desiderarsi degli amanti, quel loro cercarsi e toccarsi se non un tentativo di violare i loro esseri nella speranza di accedere a quel vertice morale che è la comunicazione vera, al di là di quella finta comunicazione a cui ci obbliga la nostra cultura della funzionalità e dell’efficienza? Per essere davvero il controaltare della tecnica e della ragione strumentale che la governa, amore non può essere la ricerca di sé che passa attraverso la strumentalizzazione dell’altro, ma deve essere un’incondizionata consegna di sé all’alterità che incrina la nostra identità, non per evadere dalla nostra solitudine, né per fondersi con l’identità dell’altro, ma per aprirla a ciò che noi non siamo, al nulla di noi.
La passione d’amore è stata sostituita dalla patologia, e agli antichi poeti che cantavano le cose d’amore si sono sostituiti psicologi e sessuologi che perseguono non la composizione dell’uomo con il cosmo, ma la pura e semplice soddisfazione di quello che ancora chiamano desiderio, dimenticando che il desiderio, per quel che ancora le parole significano, rimanda alle stelle: de-sidera.
- Umberto Galimberti, Le cose dell’amore