domenica 2 febbraio 2014

Oriana Fallaci

Molti intellettuali credono che essere intellettuali significhi enunciare ideologie, o elaborarle,manipolarle, e poi sposarle per interpretare la vita secondo formule e verità assolute. Questo senza curarsi della realtà, dell'uomo, di loro stessi, cioè senza voler ammettere che essi stessi non sono fatti solo di cervello: hanno anche un cuore o qualcosa che assomiglia a un cuore, e un intestino e uno sfintere, quindi sentimenti e bisogni estranei all'intelligenza, non controllabili dall'intelligenza. Questi intellettuali non sono intelligenti, sono stupidi, e in ultima analisi non sono neanche intellettuali ma sacerdoti di una ideologia.
- Oriana Fallaci, Un uomo

E' morto il premio Oscar Maximilian Schell

Lutto nel mondo del cinema: si è spento all'età di 83 anni, in una clinica di Innsbruck dopo un'improvvisa malattia, Maximilian Schell, attore e regista austriaco, premio Oscar nel 1962 come migliore attore per il film "Vincitori e vinti".


Aldo Palazzeschi

Nato a Firenze nel 1885, Aldo Palazzeschi ( il cui vero nome è Aldo Giurlani) si diploma ragioniere nel 1902, ma si dedica subito alla poesia, avvicinandosi a Marinetti e ai futuristi. Trasferitosi nel 1913 a Parigi con gli amici Soffici e Papini, il poeta ha modo di incontrare i maggiori artisti delle Avanguardie europee: da Picasso a Braque, da Matisse ad Apollinaire.
Nel 1914 Palazzeschi si distacca da Marinetti, di cui non condivide la retorica bellicistica. Chiamato alle armi, è costretto a vivere la drammatica esperienza della guerra, che racconterà poi nei bozzetti di "Vita militare" (1959). Il romanzo "Due imperi... mancati" (1920) è una forte accusa contro le ingiustizie del potere e soprattutto contro la guerra, che riduce l'uomo ad oggetto teso soltanto ad uccidere.
Al termine del conflitto lo scrittore sceglie di vivere in modo appartato. Fino al 1941 dimora a Firenze, poi si trasferisce a Roma, dove resterà fino alla morte, avvenuta nel 1974.
Dopo le prime raccolte giovanili - I cavalli bianchi (1905), Lanterna (1907) e Poemi (1909)- , l'opera che più fortemente esprime l'originalità di Pallazzeschi nell'ambito della poetica futurista è "L'incendiario" (1910). Presentandosi sotto le spoglie di questa bizzarra figura, in parte seria in parte ironica, il poeta gioca il ruolo di un moderno Cecco Angiolieri, deciso a bruciare tutto il vecchiume del mondo. L'incendiario è il distruttore di un ordine e di una moralità ipocriti, dell'interesse borghese e in genere delle convenzioni sociali, cui viene contrapposta la sublime e leggera gratuità della poesia.
Il tono raramente è "marinettiano", in quanto il gusto per le deformazioni linguistiche, le onomatopee e i giochi fonici riveste di una nota di ridente musicalità l'apparente aggressività del contenuto. Nel contempo i personaggi poetici, deformati in modo grottesco, diventano simili a burattini o a maschere.
Si può parlare in effetti, a proposito di Palazzeschi poeta, di una dimensione pre- razionale, simile a quella di un bambino, che smonta e rimonta, sconvolgendoli e disgregandoli, i materiali della poesia sentimentale tradizionale, in un'operazione che può sembrare gratuita ed arbitraria, ma che ha in sé una valenza tutt'altro che meramente ludica.
Centrale, in questo "gioco", è la polemica contro un'immagine troppo " seria" della poesia, che sarebbe comune, secondo Palazzeschi, sia alle poetiche tradizionali,sia a quelle dannuunziane o crepuscolari. In questo senso è fondamentale il manifesto "Il controdolore" (1914), dove lo scrittore rifiuta l'idea che soltanto l'esperienza del dolore sia degna della poesia, la quale, al contrario, può e deve esprimere la gioia di vivere, l'allegria e il divertimento.
Il codice di Perelà (1911) rappresenta forse il culmine della tendenza disgregatrice e distruttiva, ma nel contempo ironica e leggera, di Palazzeschi futurista: protagonista di questo romanzo surreale e beffardo è Perelà, un uomo di fumo, che si materializza per vivere mille avventure fantastiche e grottesche all'insegna del puro divertimento per poi dissolversi di nuovo e sparire.
L'esperienza di narratore, già avviata nel periodo futurista con Il codice di Perelà, La Piramide (1914) e i racconti di Il re Bello (1921), viene ripresa negli anni Trenta, quando Palazzeschi pubblica un fortunato romanzo - Sorelle Materassi (1934) - e una nuova raccolta di novelle, Il palio dei buffi ( 1973): sono opere dove si esprime, dietro l'ironica e bonaria messa in scena, una visione amara e disincantata della vita. La violenta deformazione, che prima riguardava il linguaggio, prende di mira ora i personaggi: mentre infatti la lingua si presenta irmai come regolare ed elegante, le figure rappresentate sono quelle di individui marginali, spesso prigionieri di una mania o ossessionati da paure irrazionali, incapaci di vivere ma disperatamente nostalgici della vita.
Tipico, in questo senso, è il romanzo Sorelle Materassi, da molti considerato il capolavoro di Palazzeschi. Le due protagoniste, Teresa e Carolina Materassi, che lavoravano come ricamatrici in un paese presso Firenze, hanno raggiunto una certa agiatezza grazie a una vita rigorosamente dedita al risparmio. Ma l'arrivo del nipote Remo, rimasto orfano, introduce una nota di colore e una vampata di giovinezza nella loro monotona esistenza: con gioia le due sorelle mettono a disposizione del cinico e affascinante nipote ogni loro bene, fin quasi a ridursi in miseria. Alla fine Remo sposa una ricca ereditiera e si trasferisce in America, mentre le due donne, costrette a faticare duramente per sopravvivere, continueranno a pensare a lui con malinconica nostalgia.
Anche nel secondo dopoguerra Palazzeschi scrive importanti testi, soprattutto in prosa. Spicca il romanzo I fratelli Cuccoli (1948), dove il protagonista è ancora un tipo bizzarro e strano, che supera però ostacoli e difficoltà proprio con la sua irrazionale voglia di vivere.
Accanto a nuove raccolte di racconti - Bestie del 900 (1951) e Il buffo integrale ( 1966), appaiono anche testi poetici dai toni spesso ironici e salaci, che ricordano la produzione giovanile legata al futurismo.

Come eravamo...

Gruppo di amici al Caffè Greco di Roma (1948) -
Foto di Irving Penn.
Da sinistra: Aldo Palazzeschi, Goffredo Petrassi, Mirko, Carlo Levi, Pericle Fazzini, Afro, Renzo Vespignani, Libero De Libero, Sandro Penna, Lea Padovani, Orson Welles, Mario Mafai, Ennio Flajano, Vitaliano Brancati, Orfeo Tamburi


Aldo Palazzeschi, pseudonimo di Aldo Giurlani (Firenze, 2 febbraio 1885 – Roma, 17 agosto 1974)

Aldo Palazzeschi, Chi sono? 
da Poemi (1909)

Son forse un poeta?
No, certo.
Non scrive che una parola, ben strana,
la penna dell'anima mia:
"follia".
Son dunque un pittore?
Neanche.
Non ha che un colore la tavolozza dell'anima mia:
"malinconia".
Un musico, allora?
Nemmeno.
Non c'è che una nota
Nella tastiera dell'anima mia:
"nostalgia".
Son dunque...che cosa?
Io metto una lente
Davanti al mio cuore
per farlo vedere alla gente.
Chi sono?
Il saltimbanco dell'anima mia.

L'Ulisse di Joyce

L'Ulisse di Joyce si propone di essere un'"epica moderna" e il riferimento al poema di Omero è evidente. Il romanzo è la descrizione di ciò che capita in un giorno (il 16 giugno 1904), dalle otto della mattina a notte fonda, a due personaggi, l'agente pubblicitario ebreo Leopold  Bloom e il giovane artista Stephen Dedalus, che vagano per le strade di Dublino. Al motivo principale del "pellegrinaggio", si intrecciano le vicende della moglie infedele di Bloom, Molly, e di numerosi altri personaggi, che concorrono a raffigurare la vita di Dublino nelle sue molteplici sfaccettature.
L'intrico di avvenimenti che si susseguono per oltre mille pagine di Ulisse trova un motivo unificante nel parallelo con l'Odissea. L'identificazione fra le due opere avviene innanzitutto attraverso il confronto fra i personaggi, mediante un meccanismo che opera però in chiave parodistica: gli eroi omerici sono spogliati delle loro virtù e riproposti in tono minore negli anti - eroi di Joyce. Il ruolo di Ulisse è ripreso da Leopold Bloom: il suo itinerario urbano riflette il faticoso viaggio di Ulisse e trova compimento nel ritorno in casa alla fine del romanzo, così come l'eroe greco raggiunge Itaca. Tuttavia, mentre Ulisse è un eroe dotato di forza, coraggio, nobiltà e arguzia, Bloom è, al contrario, l'immagine mediocre e goffa dell'uomo del suo tempo, debole e inquieto. Attraverso di lui lo scrittore tratteggia uno spaccato dell'esistenza monotona di un piccolo borghese, oggetto di pettegolezzi  (è tradito dalla moglie) e del pregiudizio antiebraico, così diffuso nella cattolica Irlanda. In quanto ebreo è esule per antonomasia, e ciò lo rende una volta di più simbolo dell'apolide, rinnegato dagli uomini e dallo Stato ( non ha patria). La sua è un'odissea morale. Il ricordo del padre defunto, e l'idiosincrasia per le cose concrete, sono le coordinate del suo vagabondaggio intimo. Molly, l'infedele moglie di Bloom, rappresenta la controfigura di Penelope, moglie di Ulisse. Se Penelope tesse e poi di nascosto, nottetempo, disfa la celebre tela per differire la scelta del successore del marito,Molly invece consuma tra le braccia dei suoi amanti un insaziabile appetito amoroso. Stephen Dedalus è, infine, il fantasma di Telemaco, il figlio di Ulisse. Il suo rapporto con Bloom emerge nella narrazione tramite il rimpianto di Bloom per un figlio morto e la simmetrica ricerca da parte di Dedalus - Telemaco di una figura paterna.
Il parallelo tra Odissea e Ulisse trova realizzazione anche sul piano strutturale, in particolare nella successione dei capitoli, che rimandano agli episodi salienti del poema. I capitoli sono poi a loro volta raccolti in tre cicli ("Telemachia", "Odissea", "Nostos") che propongono nell'ordine la descrizione del personaggio di Stephen Dedalus, la peregrinazione di Bloom attraverso Dublino e il suo ritorno  a casa. A mano a mano che la vicenda volge al termine, gli itinerari dei due protagonisti si intrecciano sempre più, fino a sfociare in un vero e proprio incontro. E' Joyce stesso a fornirci lo schema interpretativo dell'impianto strutturale, indicando anche le corrispondenze con il poema omerico. In una lettera del 21 settembre 1920 a Carlo Linati, suo primo traduttore italiano, lo scrittore propone uno schema del romanzo, nel quale viene disegnato un complesso sistema di corrispondenze e rapporti tra i passaggi del romanzo che condensano l'intera esperienza umana, sensoriale, affettiva, intellettuale e simbolica. Ogni capitolo del romanzo risponde, oltre che a un episodio dell'Odissea, anche a un colore, una parte del corpo, un significato profondo, un insieme di simboli, un'arte o scienza, una tecnica narrativa. Insomma, l'Ulisse vuole essere la summa di tutto l'universo, un"enciclopedia del moderno".
E' sul piano formale che l'Ulisse si presenta come un'opera di rottura nei confronti degli schemi narrativi tradizionali, soprattutto per il pluristilismo e la mescolanza di generi  e delle tecniche narrative,che nel romanzo si trovano a coesistere.
Il punto più rilevante e originale dell'invenzione linguistica di Joyce è dato dallo stream of consciousness, il "flusso di coscienza", cioè la tecnica del monologo interiore portata alle sue estreme conseguenze e potenzialità espressive. Mediante questo procedimento narrativo viene descritto il pensiero dei personaggi nel modo in cui si forma e scorre nella loro stessa mente. L'intervento dello scrittore apparentemente si annulla, ma in realtà si sublima in una immedesimazione con la coscienza e l'inconscio del personaggio. La punteggiatura, intesa come strumento volto a definire il respiro dei pensieri, scompare in un nuovo ritmo. E' il ritmo intimo, naturale del pensiero, fondato sulle analogie, sulle spontanee associazioni d'idee che cuciono insieme i brandelli delle riflessioni, le suggestioni stimolate dalla percezione dei sensi della realtà  esterna così come gli scarti improvvisi del ragionamento.

James Augustine Aloysius Joyce (Dublino, 2 febbraio 1882 – Zurigo, 13 gennaio 1941)

James Joyce nasce a Dublino, in un'Irlanda in cui i fermenti indipendentisti sono sempre più vivi. Primogenito in una famiglia benestante di tradizione cattolica e nazionalista, riceve un'ottima istruzione, arrivando a laurearsi in letteratura straniera e apprendendo il francese e l'italiano.
Fra il  1900 e il 1904 Joyce scrive poesie di stampo romantico, si atteggia a "poeta maledetto" e si trasferisce per breve tempo a Parigi, per continuare gli studi alla Sorbona. A questi anni risalgono molti racconti che entreranno a far parte della raccolta "Dubliners" ( "Gente di Dublino"). Nel 1904 conosce Nora Barnacle e con lei parte per Trieste alla ricerca di un ambiente più stimolante sul piano culturale: una sorta di "volontario esilio" che durerà oltre dieci anni.
Nel 1914 esce la raccolta di quindici racconti "Gente di Dublino", la sua prima opera narrativa. Allo scoppio della Grande Guerra, Joyce si trasferisce a Zurigo con la famiglia e si dedica al romanzo che sarà il suo capolavoro: "Ulysses" (Ulisse).
Al termine del conflitto si trasferisce a Parigi, dove rimane vent'anni. Nel 1917 appare "A Portrait of the Artist as a Young Man" (" Ritratto dell'artista da giovane") breve romanzo noto anche con il titolo Dedalus, dal nome del protagonista, Stephen Dedalus. Nel 1922, a Parigi, viene pubblicato l'Ulisse, il cui successo è in parte determinato anche dallo scandalo suscitato dall'accusa di oscenità , che ne impedisce la pubblicazione in Inghilterra fino al 1936. Lo scrittore lavora intanto a un'opera intitolata "Work in Progress" , pubblicata nel 1939 con  il titolo Finnegans Wake ("La veglia di Finnegan").
Dopo lo scoppio della seconda guerra mondiale  Joyce si rifugia a Zurigo, dove muore nel 1941.

Ogni vita è una moltitudine di incontri

“Ogni vita è una moltitudine di giorni, un giorno dopo l’altro. Noi camminiamo attraverso noi stessi, incontrando ladroni, spettri, giganti, vecchi, giovani, mogli, vedove, fratelli adulterini, ma sempre incontrando noi stessi.”
(James Joyce, Ulisse)